Woyzeck è un testo esemplare di come una narrazione priva di plot twist e addirittura provvisoria e incompiuta (ne abbiamo quattro varianti manoscritte) possa tradursi in un capolavoro. Il suo autore, Georg Büchner, prese le mosse da un episodio di cronaca, quello che oggi definiremmo femminicidio, o omicidio passionale, e morì prima di arrivare al compimento dell’opera. Al centro c’è il soldato eponimo, che vive tagliando i capelli al Capitano e prestandosi ai sadici esperimenti del Dottore. Ma il “caso” Woyzeck ha moltissime implicazioni, proprio a partire da quelle cliniche: il prototipo è un alienato o reietto che appartiene al sottoproletariato ottocentesco e che si abbandona a pulsioni violente. In gioco entrano quindi sia i rapporti tra individuo e società che quelli tra l’uomo e la scienza: contaminando fonti che vanno dalla Bibbia (“dire sì e no”) al Macbeth (le mani lavate del sangue omicida), Büchner arrivava a ridefinire tutto l’ampio spettro delle possibilità entro i termini dell’agire-perdersi-deviare, in una direzione del tutto anti-idealistica e anti-teologica. Secondo una memorabile lettura di Franca Angelini Woyzeck parla della fragilità di un’esistenza guidata dagli istinti, ma su scala maggiore è uno spinoziano j’accuse alla natura (direi anche leopardiano pur nell’implausibilità cronologica di una derivazione diretta), “immotivatamente autosufficiente in tutte le sue manifestazioni” (così per Büchner stesso, in alcuni scritti saggistici tra cui Sui nervi del cranio). Lo spettacolo del regista e scenografo berlinese Ersan Mondtag, presentato all’edizione in corso del Festival dei due Mondi di Spoleto, di tutto questo retroterra filosofico e letterario spazza quasi del tutto via gli addentellati morali e finalistici, concentrandosi su due aspetti particolari, replicati in più scene: la forza bruta dell’istinto e l’idea distopica di un’umanità tutta maschile che ha (letteralmente) soffocato le donne. La scelta di affidarsi a soli attori non è però spiazzante quanto si vorrebbe (in fondo il teatro classico era recitato così), e non lo è l’uso di songs che alla maniera di Brecht puntellano l’azione. Quello che disturba davvero è il retropensiero che possa trattarsi di un manifesto (ennesimo) di rivolta contro il patriarcato: Marie-maschio viene uccisa con un coltello che in scena è un’ascia, e l’ascia è lo strumento con cui sin dall’inizio della rappresentazione Woyzeck con lo sguardo da pazzo ha ghigliottinato ceppi nella foresta-incubo-rifugio. Sarà il figlio della donna a incaricarsi di disfarsene per liberare il colpevole dall’arma che lo inchioda, il bambino che il nano-cantastorie ha invitato ad andarsene sulla luna, forse a ritrovare come il paladino Orlando il senno perduto dagli uomini. Ma questa è senz’altro una suggestione allotria, come i ritmi che scandiscono il tempo di una storia senza tempo e riecheggiano sonorità viceversa molto contemporanee come il rap o la trap. L’umanità ridotta a un girotondo di brutalità e ripetizione vive accampata in luoghi generici dove il solo Woyzeck fa caso alla striscia di terra su cui crescono i funghi (il pensiero ossessivo che costitutiva nel testo originale una delle fasi della sua mania). Se in Büchner il Dottore e il Capitano provavano a essere un contraltare di quella follia che progressivamente s’impossessa dell’uomo-cavia, nell’adattamento di Mondtag cavie sono tutti “sotto il cielo” solcato da elicotteri ovvero sulla terra schizzata di continuo del sangue di delitti contro le specie tutte. Un’apocalisse macabra ma vitalistica, in cui la favola non può che finire con un ghigno, lo stesso con cui era cominciata.
Un “Woyzeck” di soli uomini contro i femminicidi
Il regista e scenografo berlinese Ersan Mondtag al Festival dei due Mondi di Spoleto rilegge l’opera di Büchner






