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C’è una ragione fondamentale per cui la visita della delegazione europea nella Libia orientale si è risolta in un grave sgarbo diplomatico per l’Unione Europea e per l’Italia: è il tentativo del generale Khalifa Haftar di sfruttare questa occasione per legittimare il proprio governo sul piano internazionale, a discapito di quello insediato a Tripoli, che è il solo riconosciuto dall’ONU e dall’Unione. Ma il fallimento della missione – e la conseguente figuraccia del commissario europeo per la Migrazione Magnus Brunner e dei ministri dell’Interno e delle Migrazioni italiano, greco e maltese – è dovuto anche all’approssimazione con cui la visita è stata preparata da chi l’ha promossa, cioè l’Italia e la Commissione Europea.
Da settimane il governo italiano sollecitava un intervento europeo in Libia, con l’obiettivo di facilitare una qualche mediazione tra i due governi: quello di Unità nazionale di Tripoli, a ovest, presieduto da Abdul Hamid Dbeibah, e quello di Tobruk, guidato dal primo ministro Osama Hammad ma controllato dal generale Haftar. E quando la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva annunciato di aver dato mandato al commissario Brunner di parlare con entrambi i governi, lo staff della presidente del Consiglio l’aveva rivendicata come una vittoria diplomatica.









