In un modo o nell’altro tre quarti delle imprese dipendono dalla natura: per le materie prime, come il legno, il cotone e i prodotti agricoli; per i servizi ecosistemici, come i microbi e gli organismi responsabili della decomposizione grazie ai quali i terreni agricoli rimangono fertili; per la protezione dai fenomeni meteorologici estremi, grazie a coste e pianure alluvionali che proteggono infrastrutture preziose.
Ciò significa che, quando la natura è in buona salute, lo sono anche le imprese e, che, quando la natura soffre, soffrono anche le imprese.
Oggi lo vediamo fin troppo chiaramente. Il rischio climatico ha provocato un aumento vertiginoso dei premi assicurativi. Le inondazioni hanno perturbato le catene di approvvigionamento e danneggiato le infrastrutture critiche. Il calo delle popolazioni di impollinatori ha danneggiato la produzione agricola. Secondo una ricerca del Forum economico mondiale, i rischi climatici potrebbero costare alle imprese che non riescono a adattarsi fino al 7 % dei ricavi annuali nel prossimo decennio, con un effetto pari più o meno a quello di una pandemia di COVID-19 ogni due anni.
È un prezzo troppo alto da pagare. È giunto il momento di destinare fondi alla natura, di capire che si tratta di un patrimonio prezioso in cui investire: un patrimonio che genera reddito, ora e nel futuro.









