È sicuramente una coincidenza che tre processi sull’uso di materiale protetto da copyright per addestrare le intelligenze artificiali si siano chiusi proprio nella stessa settimana. Tutti, seppur per ragioni diverse, si sono risolti a favore delle aziende tech: non verranno condannate per avere dato in pasto ai propri modelli opere (e immagini) coperte dal diritto d’autore. Che siano conclusi nel giro di pochi giorni, però, aiuta a tracciare un filo (forse) comune: il problema non è l’uso di testi e immagini che appartengono ad altri autori, bensì ripagare adeguatamente i legittimi proprietari per quello che si prende “in prestito”.
Un concetto che dovrebbe essere semplice, ma che negli ultimi anni è messo in discussione dalla “fame” di dati dei modelli d’intelligenza artificiale. Perché parlino come noi umani, è necessario che si nutrano quanto più possibile di quello che abbiamo realizzato nei secoli. Conoscenza umana che, però, spesso non è gratuita.
La spada di Damocle dei processi che pendeva su Anthropic, Meta e Stability AI per adesso è stata rinfoderata. Ma questo non significa che i guai siano finiti qui.











