All’inizio pensi che sia colpa della fatica. L’affanno è inevitabile se ti arrampichi tra le rocce spigolose dei Monti Alburni, nel cuore del Cilento, e quel senso di spaesamento che ti coglie quando giungi al cospetto di alcuni possenti blocchi di pietra calcarea, lo attribuisci appunto alla mancanza di allenamento. Poi ti accorgi della strana disposizione dei massi che ti sovrastano, o scorgi il profilo di una misteriosa scultura rupestre, e scopri che lassù ti hanno preceduto genti di epoche remote per celebrare i loro arcani riti più vicini al cielo. Infinite generazioni si perdono nell’ombra del tempo e del mito e comprendi che l’ebbrezza di quelle vette non è certo dovuta al fiato corto, ma piuttosto alla presenza degli eterni megaliti pregni di arcaici simboli. Questa cultura della pietra di origine protostorica anima da oltre vent’anni gli studi di Luigi Leuzzi, psichiatra (junghiano), nonché appassionato antropologo e archeologo. Il suo lavoro sul campo, condotto nel corso di numerose escursioni che puntualmente coinvolgono altri «iniziati» alla mito-archeologia, ha consentito di tracciare una mappa del sacro lungo i rilievi all’estremità meridionale della provincia di Salerno, nella subregione campana definita anche Lucania occidentale.
Il mistero dei megaliti cilentani, tra riti arcani di fertilità e legami tra la Terra Madre e la Madonna
Tra le rocce spigolose dei Monti Alburni emergono tracce di un passato antichissimo e misterioso. Che uno psichiatra/antropologo ci spiega






