Un istinto primordiale, innato, è quello che ci spinge alla scoperta dell’ignoto. Un ignoto che attira prima di fare paura. Motore dell’evoluzione umana, trappola che non lascia scampo. Due facce della stessa medaglia, totalmente opposte. È questo istinto che ha trascinato Tullio Bernabei, speleologo, regista e documentarista, in alcune delle cavità più sconosciute del mondo. Quello stesso istinto che è costato la vita a tanti bambini. Tra questi, il piccolo Alfredino Rampi, scivolato in un pozzo a Vermicino nel 1981 e deceduto dopo 3 giorni di agonia. Un episodio che ha tenuto incollati alla tv più di 30 milioni di spettatori durante quello che sarebbe diventato il primo caso di cronaca italiana trasmesso in diretta televisiva.
Sospesi tra la speranza e l’angoscia, la paura e la voglia di continuare a vivere, in fondo a quel pozzo c’era Alfredino, 6 anni appena compiuti; dall’altra parte, in superficie, tra i genitori, le forze dell’ordine, i soccorritori, le cariche istituzionali, c’era Tullio Bernabei. Nel buio, un bambino agonizzante cerca disperatamente la vita. Alla luce del sole, i soccorritori tentano una corsa contro il tempo, nella speranza di tirarlo fuori vivo. In quel momento le vite di Tullio e Alfredino si incrociano, anche se non si incontreranno più. Il tragico epilogo di quella vicenda ha segnato non solo la storia italiana ma quella di famiglie travolte da un dolore inimmaginabile, dei soccorritori che hanno vissuto nella frustrazione, e di Tullio, che quel buio lo aveva sempre cercato alla scoperta di qualcosa di nuovo, non certo con l’idea di doverlo affrontare per salvare un bambino. «Allora ero caposquadra Lazio del Soccorso Alpino e Speleologico», racconta Bernabei a 7. «Avevo iniziato a studiare speleologia 6 anni prima e nell’estate del 1980 avevo fatto un corso per il recupero di infortunati nei ghiacciai. In quei casi, i crepacci spesso sono stretti e i malcapitati restano intrappolati nel gelo che stringe. Allora si cerca di salvarli entrando a testa in giù. Perciò ho da subito pensato che quella fosse la tecnica giusta anche in questo caso, ma durante la discesa mi sono bloccato a pochi metri di profondità. Questi tipi di pozzi sono molto più ampi agli imbocchi che nella cavità, e in quello di Vermicino il punto più basso misurava appena 27 centimetri di diametro. Poi sono sopraggiunti i problemi tecnici e si è deciso di trivellare un pozzo parallelo. Ma durante l’operazione Alfredino è sceso di altri 30 metri. In seguito abbiamo tentato il tutto per tutto, ma purtroppo non c’è stato nulla da fare».






