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25 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 10:41

Ci guardano, ci osservano nei nostri momenti più intimi. Sanno quando siamo in casa e quando usciamo, conoscono le nostre abitudini. Tutto. E lo fanno attraverso le telecamere di sicurezza che noi stessi abbiamo installato per sentirci più protetti. È uno scenario inquietante, ma è la realtà del mercato nero della privacy scoperto da un’inchiesta coordinata dal pubblico ministero di Milano, Giovanni Tarzia, che ha scoperchiato una di queste reti criminali, portando alla condanna di cinque esperti informatici, tra cui alcuni installatori di sistemi di videosorveglianza e domotica. Con pene comprese tra i 2 anni e mezzo e i 3 anni e mezzo di reclusione (già ridotte di un terzo per la scelta del rito abbreviato), il giudice Cristian Mariani del Tribunale di Milano ha riconosciuto gli imputati colpevoli di associazione per delinquere e detenzione/diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici.

Il loro modus operandi era tanto semplice quanto efficace. Scansionavano la rete con programmi automatizzati alla ricerca di telecamere di sorveglianza online con credenziali d’accesso deboli, ovvero quelle di fabbrica (come “user” e “password“) che gli utenti non avevano mai cambiato. Su circa 10.000 telecamere analizzate nel corso delle indagini, ben il 4% risultava facilmente accessibile. Una volta ottenuto il controllo, deviavano i flussi video su server esterni e poi rivendevano le credenziali di accesso su chat private e forum internazionali, come il social russo VKontakte, utilizzando criptovalute. I prezzi rendono l’idea della vastità del fenomeno: 50 password per soli 10 euro.