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Vittoria paragonabile alla guerra dei Sei Giorni. Resta l'ultimo nemico: Hamas

Ci vorrà un po' di tempo perché il significato rivoluzionario di quello che è avvenuto durante la guerra dei Dodici Giorni diventi chiaro a tutti. In realtà è semplice: uno dei migliori risultati strategici e diplomatici che Israele abbia mai raggiunto, paragonabile alla guerra dei Sei Giorni, un Paese da 10 milioni di abitanti contro un colosso da 90. Il risultato è nascosto: in primo piano il tragico colpo inferto a Beer Sheva, uccidendo e ferendo famiglie nei rifugi. La propaganda dei mullah iraniani, con i patetici proclami di vittoria di un regime ferito a morte che si aggrappa all'investimento disastroso di costruire un'arma atomica per distruggere Israele e ricattare il mondo, in cui ha perduto miliardi di dollari sottratti alla vita del Paese.

C'è un altro schermo che cela l'evento maggiore, ed è quello del teatro, delle battute di Trump: "What a fuck they are doing", mentre sale sull'elicottero che lo porta verso la Nato. Là il cessate il fuoco deve splendere e Israele gli rovina il lavoro volando per rispondere a un attacco che ha violato la tregua. Era già successo un'altra volta, quando gli Hezbollah a novembre in piena tregua spararono due missili. Israele risponde alle provocazioni: Hezbollah ricevette 40 attacchi, da allora stanno quieti. Ma stavolta, dopo una telefonata molto diretta, c'è stata un'inversione a u degli aerei dopo una botta simbolica su Teheran.