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L'animale punge anche se sa che dovrà morire. La pazienza (minacciosa) di Trump e Netanyahu
Hamas ci prova, Israele non si scompone. Dopo il ritorno dei 20 ostaggi vivi dagli orrori di Gaza, la consegna dei corpi dei caduti non funziona: la sua importanza è paragonabile solo al simbolismo sacro per cui Priamo va da Achille e si inginocchia davanti a lui per riavere il corpo di Ettore. È nella storia dell'umanità e oggi in particolare in quella degli ebrei tornati nella loro terra il ritorno alla sepoltura fra i propri cari. Oggi, per queste creature che hanno sofferto la peggiore tragedia della storia di Israele, è irrinunciabile.
Achille, eroe divino, restituisce il bel figlio al vecchio padre, ma Hamas è un'organizzazione di terroristi che in queste ore in cui il suo popolo vorrebbe festeggiare la fine della guerra, è intenta a stragi di vendetta, come mostrano le immagini dei suoi in ginocchio mentre chiedono invano pietà. Torturati, picchiati, alla fine fucilati, i membri della «hamula» ribelle Doghmush hanno già perso una ventina dei suoi membri. Adesso, dopo la consegna solo di sette corpi su 28, il numero quattro è un gazawi vestito con una divisa dell'Idf. Hamas dice che è stato un errore, ma è comunque una violazione: Israele non si impunta. In teoria l'accordo prevedeva in 72 ore la riconsegna di tutti i rapiti, vivi e morti, in cambio di 1.750 prigionieri tra cui 250 ergastolani, ogni mese retribuiti dall'Autonomia Palestinese di Abu Mazen per decine di milioni di dollari. Ma i titoli dei media mettono gli ergastolani alla pari con i rapiti tornati in libertà.






