Il prezzo della benzina continua a salire nelle stazioni di servizio italiane mentre il petrolio crolla sui mercati internazionali dopo il cessate il fuoco tra Israele e Iran confermato anche dal presidente americano Donald Trump. Il conflitto, iniziato il 13 giugno e aggravatosi con i raid statunitensi del 21-22 giugno contro le basi nucleari iraniane, aveva spinto il Brent oltre gli 80 dollari al barile per timore di interruzioni nelle forniture mediorientali. Ora che l’escalation sembra rientrata, il greggio è sceso sotto quota 70, ma i listini dei carburanti in Italia sono rimasti fermi verso l’alto, come hanno constatato molti automobilisti negli ultimi giorni.Di fronte a rincari settimanali di quasi quattro centesimi per la benzina e cinque per il gasolio, registrati dal ministero dell’Ambiente, il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso ha convocato per il 25 giugno la Commissione di allerta rapida, l’organismo interministeriale che monitora le dinamiche dei costi al consumo nei settori strategici e può proporre interventi correttivi. Intanto, l’Unione nazionale Consumatori ha presentato un esposto all’Antitrust denunciando anomalie nei prezzi che, a suo avviso, penalizzano automobilisti e trasportatori.La guerra lampo che ha fatto impazzire i prezziLa dinamica dei prezzi energetici delle ultime settimane è stata dominata dal conflitto militare tra Israele e Iran. Quando il 13 giugno Israele ha lanciato attacchi a sorpresa sui siti nucleari e militari iraniani, i mercati petroliferi sono entrati nel panico. Il motivo è semplice: il Medio Oriente produce il 40% del petrolio mondiale e ogni conflitto in quella regione fa temere che le forniture possano essere interrotte. Gli investitori hanno iniziato a comprare contratti sul petrolio per proteggersi dal rischio che la guerra potesse bloccare lo stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui passa il 20% del greggio globale.Questo meccanismo della paura ha spinto i prezzi verso l'alto nonostante la produzione mondiale fosse abbondante. I trader chiamano questo fenomeno "premio geopolitico": un sovrapprezzo che i mercati applicano quando temono interruzioni nelle forniture. Durante i 12 giorni di guerra, questo premio ha raggiunto i 10-15 dollari al barile, facendo schizzare il Brent da 69 a oltre 80 dollari e i prezzi alla pompa in tutto il mondo. Ma quando il 23 giugno Trump ha annunciato il cessate il fuoco tra i due paesi, la situazione è cambiata drasticamente.La fine delle ostilità ha eliminato il premio geopolitico e il petrolio ha iniziato a scendere rapidamente, tornando sotto i 70 dollari. Gli analisti americani ora prevedono che il Brent possa toccare i 59 dollari al barile nel 2026. A questa caduta contribuisce anche la guerra commerciale di Trump contro la Cina, il maggior importatore mondiale di energia. I dazi americani rischiano di rallentare l'economia cinese e quindi di ridurre la domanda di petrolio. Contemporaneamente, l'Opec+ ha deciso di aumentare la produzione dopo mesi di tagli. Il risultato è un mercato con troppa offerta e domanda in calo: la ricetta perfetta per far crollare i prezzi.Il labirinto fiscale che blocca i ribassiIl crollo del petrolio si scontra, tuttavia, con la struttura del mercato italiano che impedisce ai ribassi di arrivare fino ai consumatori. Il primo ostacolo sono le tasse: su ogni litro di benzina che costa 1,74 euro, ben 1,30 euro vanno allo stato tra accise (73 centesimi) e Iva (22%). Quando il petrolio scende di 10 dollari al barile, teoricamente il prezzo della benzina dovrebbe calare di circa 20 centesimi, ma se le tasse restano fisse il consumatore ne vede solo una piccola parte. A rendere la situazione ancora più complessa è intervenuta, da maggio, una riforma delle accise voluta dal governo che prevedeva un aumento di 1,5 centesimi sul gasolio e una riduzione equivalente sulla benzina, con l’obiettivo di uniformare gradualmente la tassazione dei due carburanti senza costi aggiuntivi per lo Stato. Ma secondo l’Unione nazionale consumatori “a_ll’aumento del gasolio doveva corrispondere un calo analogo della benzina. Ma così non è stato_”, come ha denuncia il presidente dell'associazione Massimiliano Dona in una nota. Per questo motivo l’associazione ha deciso di presentare un esposto all’Antitrust.Il secondo problema riguarda il comportamento dei gestori delle stazioni di servizio. Quando i prezzi internazionali salgono, aumentano immediatamente i listini per non perdere soldi. Ma quando scendono sono molto più lenti perché devono smaltire le scorte comprate a prezzi elevati durante la crisi bellica. È come se avessero benzina pagata cara nei serbatoi e non volessero venderla sottocosto. I dati europei confermano che l'Italia mantiene prezzi superiori alla media continentale: 1,70 euro al litro contro 1,46 euro della media Ue.Il terzo fattore è la speculazione finanziaria sui mercati dei carburanti. I prezzi al dettaglio non seguono solo le quotazioni del petrolio greggio, ma anche quelle dei prodotti raffinati che hanno dinamiche diverse. Durante l'attuale escalation in Medio Oriente, i trader hanno scommesso sui rialzi creando bolle speculative che ora faticano a sgonfiarsi. L'Unione Nazionale Consumatori ha denunciato nell'esposto all'Antitrust come questa disconnessione sia diventata "abnorme", chiedendo verifiche sul rispetto delle regole di concorrenza. Il monitoraggio americano evidenzia come la volatilità dei mercati energetici renda sempre più difficile distinguere tra dinamiche legittime e possibili manipolazioni speculative, soprattutto in un contesto dove i prezzi possono oscillare del 7% in una sola giornata come accaduto durante il conflitto.
Perché il prezzo della benzina sale in Italia, se quello del petrolio cala in Borsa?
Dopo 12 giorni di conflitto in Iran il greggio torna sui livelli pre-guerra, ma in Italia tra tasse al 75% e inerzia dei gestori gli automobilisti italiani non hanno ancora visto riduzioni. Anzi








