Fra i «dettagli di contorno», sullo sfondo di questa guerra iraniana, si segnalano due fatti non banali nell’attuale contesto storico. Uno è lo spettacolo d’impotenza offerto dai due grandi alleati e protettori dell’Iran, cioè la Cina e la Russia. Un altro è il ritorno del dollaro (per il momento assai discreto, forse temporaneo) al suo status tradizionale di bene rifugio, cioè la tendenza a rivalutarsi di fronte a una grave crisi geopolitica globale. Insieme con la «spettacolare» dimostrazione di forza militare offerta dagli Stati Uniti con i bombardamenti di sabato sull’Iran, questo induce a una osservazione: l’impero americano è duro a morire.
Le profezie sul suo declino ci appassionano da molti decenni – la stessa classe dirigente americana da un secolo scruta i segnali della propria decadenza, chiedendosi se e quando farà la fine dell’impero romano o di quello britannico – ed è perfettamente logico che l’America segua le parabole di ogni altra potenza del passato. Bisogna vedere quando questo accadrà, e quanto tempo ci vorrà perché emerga un’alternativa. La crisi attuale tende a ricordarci che la forza dell’America non nasce per caso, non è affidata a qualche fattore estemporaneo, ma poggia su solide basi strutturali, che non scompaiono facilmente né velocemente.






