Capire il comportamento di Pechino nella guerra in Iran è uno dei principali interrogativi degli osservatori internazionali in questi giorni. Infatti, la Cina non può essere considerata né uno spettatore neutrale né un pieno alleato di Teheran. L’azione della Cina è quella di un cauto sostegno a Teheran che rivela diversi interessi che vanno valutati sul breve e sul lungo periodo. Nelle prime settimane, la priorità di Pechino sarà quella di minimizzare le ricadute economiche del conflitto. Un conflitto che se si allargasse o destabilizzasse ulteriormente lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il 20% del commercio petrolifero mondiale – rappresenterebbe un costo diretto e immediato per la manifattura e la crescita cinese. Tuttavia, la Cina ha dalla sua riserve petrolifere strategiche, che oggi si stimano attorno ai 900 milioni di barili – sufficienti a coprire circa 90 giorni di importazioni – che le consentono di non fare valutazioni affrettate. A queste considerazioni si aggiunge una variabile politica decisiva: a fine mese è attesa la visita di Donald Trump a Pechino per riprendere i negoziati sulla guerra commerciale. Per Xi Jinping, apparire come un attore destabilizzante nel Golfo proprio mentre si tratta con Washington sarebbe controproducente. Per questo, al momento non trovano riscontro ipotesi di coordinamento tattico con Mosca – sintetizzato spesso con l’acronimo CRINK, la sigla che associa Cina, Russia, Iran, Corea del Nord come asse di potenze revisioniste.
Iran, l'analisi: «Pechino gioca su due tavoli mentre l'America è distratta»
Capire il comportamento di Pechino nella guerra in Iran è uno dei principali interrogativi degli osservatori internazionali in questi giorni. Infatti, la Cina non può essere...








