Ha incantato tutti, sul palco di Sanremo, Lucio Corsi, giovane menestrello di Grosseto, vestito da saltimbanco, il volto ingenuo e malinconico illuminato da rari sorrisi. Con la canzone dolce e surreale scritta con Tommaso Ottomano ha cantato la normalità («non sono nato con la faccia da duro/ ho anche paura del buio»), l’autoironico essere nessuno («invece che una stella, uno starnuto») e, in un mondo di Ego ipertrofici, l’accettazione di sé senza lagne e frustrazioni (anche se il mondo è duro). Ora, da poeta, provinciale e gentile, sembra impegnato a restare se stesso, a non farsi rubare l’anima dal successo che gli è piovuto addosso.
Sul palco dell’Ariston sembrava arrivare da un’altra dimensione rispetto a un mondo popolato da giovani che si atteggiano a divi dopo aver canticchiato qualche (dimenticabilissima) canzonetta. In fondo è stato il segno di una svolta culturale. Dopo i Festival all’insegna delle trasgressioni più scontate e delle “provocazioni” più conformiste, Lucio rappresenta la rivincita dell’Italia popolare, delle persone comuni, quella di chi – appunto – “non è nessuno” e può dire “non sono altro che Lucio”.
La simpatia che ha suscitato e il meritato successo della sua bella canzone hanno acceso un riflettore proprio sulla terra dove ha le sue radici. Da lì viene il realismo magico dei suoi versi (perché di poesia si tratta: «Non ho mai perso tempo/ è lui che mi ha lasciato indietro»).







