Forse in pochi hanno contezza del fatto che la matematica e la letteratura, contrariamente a quanto comunemente si pensi, sono unite da un legame indissolubile e fruttuoso. Se ne parla in un libro di grande interesse, C’era n volte (Il Saggiatore, 336 pagg,, 26 euro) di Sarah Hart. L’autrice si è accorta di questa connessione analizzando classici del passato e capolavori contemporanei riuscendo a mostrarci come in essi sia possibile rinvenire qualcosa in più sulla nostra natura e su quella dell’universo in cui siamo immersi. D’altra parte, l’universo è ricco di strutture fondamentali, schemi ricorrenti e regolarità, e quale strumento migliore come la matematica abbiamo per comprenderli? E dal momento che siamo parte di questa dimensione cosmica, risulta normale che le nostre forme di espressione, tra cui la letteratura, tendano a rispettare degli schemi e una struttura.
La scoperta di questa feconda liason tra numeri e parole data dal giorno in cui la Hart sentì dire da un matematico che Moby Dick conteneva un riferimento alle cicloidi. Dicesi cicloide quella curva geometrica che il matematico Blaise Pascal trovava talmente affascinante da sostenere che il solo pensiero bastasse a distrarlo dal mal di denti. Tuttavia, non capita spesso che la cicloide venga associata alla caccia alle balene. Ragione per la quale, la Hart decise fosse arrivato il momento di leggere il romanzo di Melville scoprendo che esso straripa di metafore matematiche. Le prime opere autoriali nella storia umana sono attribuibili a una donna molto speciale di nome Enheduanna, vissuta più di quattromila anni fa nella città di Ur. A lei si deve la prima raccolta di poesie: un ciclo di quarantadue Temple Hymns (Inni del tempio).












