Caro direttore, concordo con il signor Giacomo Ivancic a proposito del dibattito sul terzo mandato per i presidenti di Regione, ma vorrei precisare una cosa da lui asserita. Neppure per i presidenti degli Stati Uniti il limite dei due mandati è così rigoroso: infatti il presidente Roosevelt, quello del New Deal, fu eletto ben quattro volte, non portando a termine la sua ultima rielezione nell'estate del 1945 semplicemente perché morì e prese il suo posto Truman, quello della bomba atomica sul Giappone. Ma venendo al caso italiano, abbiamo visto che neppure i 7 anni previsti dalla nostra Costituzione per il presidente della Repubblica, votato dal Parlamento e non dai cittadini, sono così tassativi: la prima eccezione fu fatta per la rielezione di Giorgio Napolitano e la seconda per Sergio Mattarella. Se queste illustri eccezioni ci sono state e nessuno, negli Usa e in Italia, ha gridato alla fine della democrazia, lascio a lei e ai lettori del Gazzettino le debite riflessioni.
Donatella Ravanello
Jesolo
Cara lettrice,
come ho già avuto modo di scrivere, ho sempre pensato che il dibattito sul terzo mandato sia una questione strettamente politica e abbia ben poco a che fare con le questioni di principio e men che meno con la ragioni della democrazia. Fino a prova contraria sindaci e governatori non sono cooptati o imposti alla guida di città e regioni da qualche ente supremo. Non sono nominati, ma eletti direttamente e liberamente dai cittadini. Cioè attraverso il principale strumento democratico: il voto popolare. Naturalmente a qualcuno può non piacere che un presidente o un sindaco venga riconfermato per tre o quattro legislature. Qualcun altro può preferire un periodico ricambio delle cariche o un'alternanza all'interno delle singole coalizioni politiche. Tutto lecito e legittimo. Come è legittimo, del resto, far notare che le stesse regole di ricambio dovrebbero allora valere per tutte le cariche politiche elettive, a partire da quella di parlamentare. Mentre oggi in Italia alcune possono essere a vita, per altre, come appunto i sindaci di grandi città e i presidenti di regione a statuto ordinario, è previsto un limite temporale. La valenza tutta politica del dibattito sul terzo mandato è particolarmente evidente in Veneto. La ricandidatura a presidente di Luca Zaia, di cui si è tornati a parlare in questi giorni, alla guida della regione rovinerebbe infatti i piani di tanti. Perchè il governatore uscente, forte di un ampio consenso personale e trasversale, è in grado non solo di ottenere senza tanti problemi la riconferma, ma anche di spostare gli equilibri elettorali dentro la coalizione di centrodestra. La sua ri-discesa in campo costringerebbe dunque molti a rimettere nel cassetto ambizioni, obiettivi e ansie di rivincita. E' naturale dunque che un'ipotesi terzo mandato per Zaia incontri forti ostacoli, tanto nelle forze politiche d'opposizione che in alcuni partiti alleati. Ma è un problema di convenienza e di interessi politici. La storia e i sacri principi della democrazia non c'entrano nulla.














