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La vera minaccia dell’AI non è la fine dell’arte, ma il nostro abbraccio passivo a un’estetica piatta, algoritmica, standardizzata. Non è l’AI che cancella il talento. Siamo noi a smettere di cercarlo
Confesso che ogni volta che leggo di artisti che si indignano per l’intelligenza artificiale, ho una reazione ambigua, da una parte li capisco: l’idea che un algoritmo possa campionare, rimescolare e produrre qualcosa che somiglia a una canzone, a una voce o a una “sensazione”, ha in sé un che di inquietante, specie se sei cresciuto credendo che l’arte fosse un gesto irripetibile. Dall’altra parte però mi viene da chiedere: davvero credete possa esistere una macchina che “ruba” qualcosa che non è nel file ma nel risultato o solo nell’effetto che produce su chi ascolta o legge? E che l’effetto sia indipendente da ciò che c’è dietro (o davanti, se su un palco o su uno schermo)?
Scrivo questo perché ieri, nel Regno Unito, è stata approvata in via definitiva la legge chiamata Data Use and Access Bill, che consente (tra le altre cose) di usare testi, immagini, voci, opere artistiche per addestrare modelli di intelligenza artificiale, senza dover nemmeno doverlo dichiarare, senza chiedere il permesso a chi quelle opere le ha create, e nonostante le proteste di oltre quattrocento artisti (tra cui Elton John, Paul McCartney, Dua Lipa, Kate Bush) la parte del provvedimento che avrebbe garantito trasparenza è stata cancellata. Elton John (e compagnia cantante), va da sé, è andato su tutte le furie.






