A volte ad Ali viene da festeggiare. Come quando ieri ha saputo che un bombardamento ha raso al suolo la stazione di polizia nel cuore di Teheran, che lui conosce molto bene. «L’anno scorso quei bastardi mi hanno prelevato dall’università e mi ci hanno portato senza alcun motivo», dice. Non aveva fatto niente, ma prima di lasciarlo andare lo hanno comunque preso a pugni. A volte, invece, ad Ali viene da piangere. Come quando, cinque giorni, fa la sua amica Kiana è finita in ospedale perché un missile è caduto troppo vicino a casa sua e i vetri delle finestre le sono finiti un po’ ovunque. O come quando vede sua madre spaventata mentre si sente il rumore di un’altra esplosione. Ad Anahita dà fastidio che non si parli abbastanza dei morti di Teheran. Secondo la ong Hrana sono oltre 400, «il regime dice di meno», scrive mentre cerca un passaggio per andarsene dalla sua città. «Negli ultimi sette giorni abbiamo visto che cosa significa la guerra», continua la giornalista iraniana. «Sono quasi 40 anni che non ne abbiamo una in casa, ma non ci siamo mai sentiti in pace, è assurdo, viviamo da sempre con questa ombra gigante che incombe sulla nostra testa».

Spiega che non ricorda un giorno in cui qualcuno in televisione o alla radio non abbia minacciato «bombe su Israele», «morte al nemico». «Ora però è diverso. Netanyahu deve smettere di bombardarci e i dittatori devono finirla di lanciare missili sul popolo israeliano. Serve un cessate il fuoco immediato e la fine del regime. Siamo soli, ci sentiamo senza speranza. Dobbiamo prenderci cura l’un l’altro. Cosa faccio se mi distruggono casa?».