Nel 1953, in Germania Est, si verificarono vaste rivolte operaie che furono represse duramente dal regime comunista di Ulbricht. Gli operai furono trattati da provocatori. Nel mondo alla rovescia dei regimi comunisti non era il Partito/Governo a dover fare autocritica davanti ai lavoratori che diceva di rappresentare, ma erano i lavoratori a doversi pentire per le proteste e chiedere scusa al Partito/Governo.

Memorabile la dichiarazione del segretario generale dell’Unione degli Scrittori della Ddr che affermò: «La classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il Partito aveva in essa riposto. Ora dovrà molto faticare per riconquistarla».

Così suggerì a Bertolt Brecht una battuta folgorante: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo». La reazioNe della Cgil, delle sinistre e dei clericoprogressisti che hanno sostenuto i referendum dell’8/9 giugno ricorda quella singolare concezione della democrazia della Ddr. Invece di constatare la bocciatura popolare della loro iniziativa, invece di fare autocritica, riconoscere gli errori e dimettersi o cambiare rotta hanno fatto il contrario.

Il segretario della Cgil Landini ha tuonato: «Siamo nel pieno di una crisi democratica». Quando in realtà è accaduto l’opposto: è lui che, con la Schlein, è stato bocciato dal democratico responso del popolo sovrano. È come un automobilista che va contro un muro e accusa il muro di essergli andato addosso. Oltretutto - questo è l’aspetto clamoroso - la bocciatura è arrivata pure da parte degli elettori di sinistra e dei quartieri popolari. Lo scollamento dei partiti di sinistra dal proprio stesso elettorato, sul tema dell’immigrazione, si sta verificando anche negli altri Paesi europei.