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Ultimo aggiornamento: 15:31 del 17 Giugno
di Giovanni Ghirga, ISDE ITALIA
In un tempo in cui la crisi climatica non è più un’emergenza ma una condizione strutturale del nostro secolo, occorre interrogarsi non solo su ciò che possiamo fare per ridurre le emissioni, ma anche su ciò che potremmo essere costretti a fare qualora le misure ordinarie si rivelassero insufficienti. Il pensiero della geoingegneria – inteso come insieme di interventi deliberati e su larga scala per modificare il sistema climatico terrestre – non appartiene più alla sola sfera della speculazione. Esso è ormai oggetto di studio, modellizzazione, proposta politica, e anche di controversa fascinazione.
L’immaginario della geoingegneria si muove lungo un crinale pericoloso tra il sublime e il terrificante. Da un lato, l’ambizione prometeica di raffreddare la Terra riflettendo la luce solare, fertilizzando gli oceani, assottigliando le nubi o accelerando la reazione delle rocce per sequestrare carbonio. Dall’altro, la consapevolezza che ogni azione diretta sul clima globale espone l’intero sistema terrestre – atmosferico, idrico, ecologico, umano – a effetti collaterali difficilmente prevedibili, diseguali nella distribuzione e potenzialmente irreversibili.






