Anno 1948, Bergamo, liceo scientifico Lussana, mese di luglio; davanti alla Commissione d’esame c’è Silvio Garattini, non ancora ventenne, reduce da quattro mesi, per dirla alla Leopardi, di «studio matto e disperatissimo».
«Per forza, ero già perito chimico e mi ero licenziato qualche settimana prima dalla Dalmine, il mio primo impiego, perché il mio sogno era iscrivermi a Medicina, ma con quel titolo tecnico non era possibile accedere alla facoltà. Diciamo che la mia strada scolastica è stata anomala. Erano tempi di guerra e mi ero iscritto ad una scuola professionale per accedere più facilmente al mondo del lavoro, ma per fare quello che sognavo, il passaggio obbligato era l’esame liceale».














