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La figlia Gaia ha radunato gli amici e i legali del giornalista nell'anniversario dell'arresto ingiusto. La frecciata all'Anm

Ci sono voluti quarantadue anni. Un tempo quasi infinito. Quarantadue anni fa veniva arrestato Enzo Tortora, presentatore e giornalista, una vita distrutta dal connubio tra pubblici ministeri e giudici. Ieri il suo ricordo viene celebrato alla vigilia dell'approdo in Senato della legge che della battaglia combattuta da Tortora fino alla morte è la prima conseguenza concreta: la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica, la riforma costituzionale che per decenni è stata bloccata dall'Associazione nazionale magistrati.

È la stessa Anm che non si perita oggi di battersi contro l'istituzione di una Giornata per le vittime degli errori giudiziari: «Trovo folle che in Italia per istituire una giornata del genere, quando ne abbiamo una per qualsiasi cosa, si debba ascoltare l'Anm», dice ieri Gaia Tortora, figlia di Enzo. Ma Giandomenico Caiazza, che del presentatore fu uno dei legali, va più in là, e dice che la persecuzione di Tortora in realtà non fu solo un errore giudiziario, «ma una perfetta anticipazione dei mali che tutt'oggi affliggono la giustizia: la Procura che difende ad ogni costo il proprio errore, il giudice che corre in solidale soccorso del pm e della credibilità di una inchiesta clamorosa e di rilievo mediatico eccezionale». Nel caso di Tortora, sottolinea Caiazza, l'asse tra pm e giudici resse solo in primo grado, e saltò in appello, «il fatto non sussiste». Ma ci sono voluti altri decenni, e centinaia di altre vittime, perché la separazione delle carriere prendesse forma di legge.