Nel mondo l’Italia fatica a competere, cambiano i governi, i programmi e le maggioranze ma la conclusione è la stessa, stiamo agli ultimi posti della classifica di serie B della competitività. Su un totale di 69 Paesi e sulla base di 330 parametri esaminati, l’istituto svizzero Imd ha collocato l’Italia nel 2025 al 43° posto, uno più in basso del 2024, che era uno più in basso del 2023, che era uguale al 41° guadagnato da Draghi che era partito dal 44° coperto per tre anni dai due governi Conte. Nel 2025 l’Italia è stata scavalcata dal Cile. Il 30° posto, anche se modesto, che vantavamo alla fine degli anni 90 è solo un bel ricordo. Peraltro, all’epoca l’Italia beneficiava della libertà di fare periodiche svalutazioni competitive della lira (così si chiamavano) o meglio, come mi diceva un ministro, della libertà di subirle passivamente.

L’Ocse misura la competitività con quanti beni e servizi una nazione riesce a produrre capaci di affrontare la concorrenza internazionale, per mantenere ed espandere il reddito reale della popolazione nel lungo periodo. Peccato che nessun governo abbia mai posto un miglioramento della classifica al centro del programma di legislatura. La spesa pubblica italiana è molto elevata ma per lo più non mira ai presupposti della competitività, serve ad alleviare i disagi della popolazione con provvedimenti risarcitori (bonus, ristori), graditi nell’immediato ma improduttivi nel lungo periodo. Sia chiaro, il problema non è di facile soluzione. Tanto per dire, in questa classifica gli Stati Uniti nel 2018 erano ancora primi al mondo, ma nel 2020 furono bocciati dal Covid cinese e caddero al decimo posto. Con Biden scesero al 12° e quest’anno con il secondo Trump hanno perso un’altra posizione, nonostante tutto quel che sappiamo. Forse non se ne rende conto ma, quando invoca Make America Great Again, Trump finisce col riferire “again” all’epoca di Obama, essendo stato lui stesso il responsabile della perdita di competitività americana.