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Ultimo aggiornamento: 20:24

Il termometro sfiora i 35 gradi, l’umidità soffoca, i giocatori arrancano. Il calcio globale ha scelto di ignorare la realtà climatica. A dimostrarlo è quanto sta accadendo negli Stati Uniti, teatro della prima edizione del Mondiale per club Fifa. Mentre la competizione prende forma e alterna partite dignitose a risultati indecorosi, emerge con forza un problema che rischia di stravolgere la regolarità e la sicurezza dell’evento: il caldo estremo.

Le proteste sono iniziate da chi il campo lo vive in prima persona. Il primo a denunciare la situazione è stato Marcos Llorente, centrocampista dell’Atletico Madrid, al termine della sfida contro il Psg disputata a mezzogiorno a Pasadena, in California. “È impossibile. Fa un caldo terribile. Avevo le dita dei piedi doloranti, le unghie mi facevano male, non riuscivo a fermarmi né a ripartire. È incredibile, ma visto che è lo stesso per tutti non c’è da lamentarsi”, ha dichiarato, con un misto di frustrazione e rassegnazione.

Nel 1994, l’ultima Coppa del Mondo statunitense, la finale Brasile-Italia si giocò proprio a Pasadena con 40 gradi all’ombra. Oggi la situazione è aggravata da un contesto climatico ancora più esasperato. A rafforzare la denuncia di Llorente è arrivata anche la voce dell’allenatore del Psg, Luis Enrique: “La partita è stata chiaramente influenzata dal caldo. L’orario è perfetto per i tifosi europei, ma le squadre stanno soffrendo”. Il tecnico sottolinea come il diktat dei diritti tv abbia ancora una volta prevalso su ogni considerazione ambientale e atletica.