I negoziati commerciali tra Stati Uniti e Unione europea (Ue) stanno entrando in una fase cruciale. In assenza di un accordo preliminare entro il 9 luglio, l’Ue verrà colpita da un “dazio reciproco” del 50%. Inoltre, i dazi settoriali su acciaio, alluminio, automobili e componenti auto rimarrebbero in vigore, mentre altri potrebbero aggiungersi (prodotti farmaceutici, semiconduttori, ecc.). Di fronte a questa situazione, l’Ue deve decidere come confrontarsi con l’amministrazione Trump. Come abbiamo argomentato in un recente articolo (“Dealing with Trump: Dos and Don’ts”, VoxEU), l’Ue dovrebbe considerare tre cose da fare e tre cose da evitare. Cominciamo con queste ultime.
La prima cosa da evitare è negoziare sulla base di uno scenario centrale ottimistico. Così facendo si rischia solo di creare aspettative che molto probabilmente andranno deluse. Sappiamo già che non ci sarà un “buon accordo” con gli Stati Uniti. È dunque meglio avere uno scenario centrale realistico/pessimista e cercare di estrarre il più possibile dalla parte statunitense. La seconda cosa da evitare sono concessioni sulla sostanza in cambio di promesse sul processo negoziale. Finora, l’Ue ha mostrato un’eccezionale moderazione nei confronti dell’escalation di Trump: a fronte di nuovi dazi su 380 miliardi di dollari di esportazioni, l’Ue non ha imposto alcun dazio. Ciò non ha però migliorato la sua posizione negoziale. Col senno di poi, la decisione di sospendere i dazi su 21 miliardi di euro presa il 14 aprile, non si è rivelata felice. Una risposta più ferma avrebbe forse prodotto risultati migliori, come dimostrato dai negoziati tra gli Stati Uniti e la Cina. D’ora in poi, l’Ue dovrebbe fare concessioni solo in cambio di impegni sostanziali da parte degli Stati Uniti. Infine, la terza cosa da evitare è considerare i progressi compiuti nei negoziati come un risultato definitivo. Qualsiasi accordo raggiunto entro la scadenza del 9 luglio sarà preliminare e molti dettagli dovranno ancora essere elaborati, con il rischio che Trump riapra punti faticosamente negoziati. Sarebbe pertanto un errore esultare troppo presto, interpretando un accordo preliminare come l’apertura di una nuova fase di cooperazione transatlantica: questo non accadrà.








