di
Danilo Taino
Le economie con il rischio di credito più basso pesano per poco più del 10% del Pil del mondo. E il budget in discussione al Congresso americano crea nervosismo sui mercati
Un tempo, quando arrivava Moody’s, i governi si innervosivano. Soprattutto in Italia: l’agenzia di rating finanziario, così come altre simili, era un il castigamatti della prolificità di spesa dei politici. Nella Penisola aveva parecchio lavoro. Poi, un po’ in tutto il mondo, le Moody’s, Standard & Poor’s (S&P), Fitch, Dbrs hanno continuato a essere rilevanti ma hanno fatto onde meno alte tra le opinioni pubbliche. In questi giorni, però, il rating — le valutazioni sulla solidità finanziaria di un Paese, espresse con le famose A o B e perfino C — è tornato a essere centrale non solo per gli investitori, ma anche per le opinioni pubbliche. Per due motivi. Il primo, di cui si è già parlato, è dato dal fatto che Moody’s ha tolto la Tripla A, cioè il voto massimo, agli Stati Uniti, e lo ha abbassato di un gradino ad Aa1. S&P lo aveva già fatto nel 2011 e Fitch nel 2023. Ora, per la prima volta dall’immediato dopoguerra senza nemmeno una AAA, Washington non è più al picco dell’eccellenza finanziaria, soprattutto a causa della traiettoria del debito pubblico; tra l’altro in una situazione di elevata turbolenza globale provocata dalla politica dei dazi della Casa Bianca. Del secondo motivo non si è invece parlato, ma da molti punti di vista è altrettanto significativo dello stato del mondo.






