KANANASKIS. Donald Trump arriva per ultimo, anche se è presente in ogni virgola dei confronti tra i leader. Al Pomeroy Kananaskis Mountain Lodge, il resort che ospita il G7 circondato dalle vette delle Montagne Rocciose canadesi, gli ospiti si ritrovano in un clima da veglione invernale, in attesa che si palesi l’invitato principale. Giorgia Meloni, Keir Starmer, Friedrich Merz e Emmanuel Macron si incontrano nel bar della struttura. La liturgia dei vertici informali prevede molte di queste occasioni fuori dall’agenda ufficiale. Tanto più che gli europei hanno bisogno di trovare rapidamente una convergenza su tanti temi, per non soccombere alle picconate di Trump.

La presidente del Consiglio italiana, il primo ministro britannico, il cancelliere tedesco e il presidente francese sono disorientati dalle ultime settantadue ore, di fronte a una guerra improvvisa e inattesa. Gli attacchi di Israele e la rappresaglia dell’Iran, e poi le vorticose e poco lineari affermazioni di Trump, impongono una riflessione comune su come agire. Ognuno cerca di dare un proprio indirizzo alla gestione delle crisi globali. Macron boccia l’idea evocata dal presidente americano di coinvolgere Vladimir Putin, affidandogli la regia della mediazione tra Teheran e Tel Aviv. Meloni, a differenza del francese, non si espone e resta tatticamente prudente, convinta che con Trump vada trovata comunque una forma di convivenza. Vuole aspettare di capire se il tycoon stia facendo sul serio, o se la sua sia l’ennesima uscita spiazzante che è già pronto a rimangiarsi o a rinnegare. Ma Meloni vuole anche sondare i partner. Nella serata che precede l’incontro allargato con Macron, a cui si aggiungeranno anche il padrone di casa, il canadese Mark Carney e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, la premier incontra in due bilaterali separati Merz e Starmer. Il tedesco si fa precedere da una serie di dichiarazioni che compongono un mini-programma negoziale sull’Iran: giusto impedire agli ayatollah la costruzione della bomba atomica, sacrosanto difendere il diritto all’esistenza e alla difesa di Israele, de-escalation e cessate il fuoco per evitare che il conflitto in Medio Oriente sfugga di mano e finisca per coinvolgere l’Occidente, e riaprire subito i canali diplomatici per riportare tutti al tavolo delle trattative sul nucleare iraniano. Di fatto, è la posizione che accomuna tutti gli invitati al G7 alle prese con l’incognita Trump. Cosa farà e cosa vuole fare il capo della Casa Bianca, è la domanda che agita gli alleati: se asseconderà i piani del premier israeliano Benjamin Netanyahu, se supporterà i blitz e la difesa aerea di Tel Aviv, se muoverà unità navali e uomini, oppure se – come sosteneva ieri – spingerà perché Israele raffreddi la soluzione militare e consenta a quello che resta del regime iraniano di tornare molto più indebolito a negoziare. Nei due giorni – oggi e domani - in cui i leader si ritroveranno faccia a faccia, dall’altra parte del mondo potrebbe accadere di tutto. Nessuno scenario è escluso, neanche la fine traumatica della Repubblica islamica. L’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, fino a qualche giorno fa nemmeno pensabile, è diventata oggetto di retroscena e di calcoli politici. Anche di questo hanno discusso i leader. Capire, il più presto possibile, quale sia la linea rossa che si sono dati Trump e Netanyahu, è cruciale per gli europei. Capire fino a dove si spingerà l’israeliano e quanto il magnate repubblicano sia davvero disposto a seguirlo, serve a modulare la strategia dell’Unione, sempre in cerca di una propria autonomia. L’Europa dei diritti e delle regole non si trova a proprio agio con l’uso della forza come soluzione alle tensioni tra nemici. Vale per il Medio Oriente come vale per l’Ucraina. Per questo, per i governi dell’Ue e del Regno Unito è un’opzione dell’irrealtà pensare di affidare a Putin un qualsiasi ruolo per la pace tra Iran e Israele. Vorrebbe dire legittimarlo a discapito di Volodymyr Zelensky, atteso anche lui domani in Alberta, per una sessione del G7 dedicata a Kiev. Prima di partire per il Canada, Starmer ha invocato la massima durezza contro Mosca, in questo momento sponda principale per Teheran. Il britannico spinge per le nuove sanzioni contro il Cremlino, che l’Europa vuole imporre al più presto, ma che convincono poco Trump. Macron chiede lo stesso e ha fatto sapere che proverà a testare la disponibilità del presidente Usa. Meloni dirà cosa pensa nelle prossime ore, consapevole – come trapela da fonti diplomatiche – che dall’Europa non potrà più isolarsi. Una traccia di quale sia la sua posizione è presente nella nota pubblicata al termine del bilaterale con Starmer dove viene sottolineata «la piena convergenza di vedute sull’agenda del G7 e su quella del prossimo vertice Nato», del 24-25 giugno a L’Aia, quando verranno formalizzati i nuovi obiettivi di spesa militare al 5% del Pil e si decideranno i tempi per raggiungerli.