Facebook, il social dei vecchi, non serve quasi più a niente se non a far battibeccare gli scrittori. Me lo faceva notare una mia conoscente, consigliandomi di chiudere al più presto il mio account. Non so bene come pormi rispetto al tema dello scrittore in rete, se gli convenga esserci o non esserci. Io credo che uno scrittore, al netto di tutte le torri eburnee del caso, dovrebbe provare a stare dove stanno i suoi contemporanei, dovrebbe non essere schizzinoso. Quindi, in questo caso specifico, dovrebbe stare sui social, continuando a fare le cose stupide che fanno tutti. D’altronde accanto alla storia letteraria ufficiale se ne potrebbe tranquillamente affiancare un’altra, forse addirittura non meno cospicua, che potremmo battezzare “guerre tra scrittori”. I battibecchi letterari sono sempre esistiti e, proprio come un genere letterario, in Francia hanno anche una loro enciclopedia di riferimento: il Dictionnaire des injures littéraire consta di 730 pagine. Oscar Wilde ai tempi d’oro, quando ancora era l’enfant prodige del teatro e non il reietto imbolsito del carcere di Reading, amava dileggiare i suoi colleghi con un girasole nel taschino. Al vetriolo la sua stoccata a Alexander Pope: “Ci sono due modi per disprezzare la poesia: uno è disprezzarla, l’altro è leggere Pope”. In tempi più recenti la Bibbia del risentimento letterario nostrano è stata Lettere a nessuno, in cui Antonio Moresco ha descritto l’inferno/paradiso dell’autore inedito e implacabilmente ignorato dal mondo editoriale. Sia come sia, l’ego ipertrofico degli scrittori si è sempre nutrito anche d’insulti, d’invettive, di polemiche. Lo statunitense Bret Easton Ellis su Twitter bollò il connazionale David Foster Wallace come “il più noioso e pretenzioso scrittore della mia generazione”. Certo i social network vivono di una bizzarra dimensione a metà strada tra pubblico e privato, in cui non si sa fino a che punto le parole scritte siano chiacchiere da bar o dichiarazioni ufficiali. Paulo Coelho se la prese addirittura con James Joyce, colpevole a suo avviso di aver scritto soltanto per una ristretta cerchia di lettori colti. “Ulisse è soltanto stile, non c’è nulla lì dentro” dichiarò in un’intervista al giornale brasiliano Folha de S. Paulo, invitando subito dopo i suoi milioni di seguaci a riprendere l’osservazione su Internet. Cadute di stile amplificate o persino causate dall’impulsività in cui si consumano le comunicazioni digitali, si dirà. Ma in realtà è sempre andata così. Noto l’odio inestirpabile che Pier Paolo Pasolini avrebbe provato nei confronti di Beppe Fenoglio. Motivo? Il diniego da parte di Fenoglio di ritirare il suo libro dal premio Strega nell’anno in cui sarebbe dovuta toccare a Pasolini la vittoria finale. E non fa più notizia l’epiteto con cui il gruppo 63 marchiò i romanzieri Carlo Cassola e Giorgio Bassani, colpevoli ai loro occhi di corteggiare gusti troppo facili abbandonando ogni ambizione sperimentale e piglio modernista: “Liale della letteratura”. Insomma a più riprese gli incontri tra intellettuali sono finiti peggio di una riunione di condominio. Arduo, nella maggior parte dei casi, distinguere lo scontro delle idee dalle zuffe da cortile. Ma, bisogna ammetterlo, anche queste ultime hanno il loro fascino: prima e dopo l’avvento di Internet.