Vittorio Feltri è Libero. Libero è Vittorio Feltri. Sono le 18.40, fuori c’è il primo caldo maledetto, e il fondatore guadagna il proscenio del “Teatro Gaber”, nel cuore di Milano e dell’Area C, inaccessibile in auto. Fino a quel momento tutti a chiedersi dove fosse, non l’Area C – lo sanno tutti o quasi, e chi non lo sa perché viene da fuori finisce stangato – è tutto un chiedersi dove sia il fondatore. «Scusi, Feltri è già arrivato?». Un paio di signore in lungo sono particolarmente impazienti. «Dov’è Feltri?». I cronisti, schierati, aspettano un suo graffio. Feltri è il maestro. Tra gli astanti è un continuo darsi di gomito. Si festeggia il 25esimo compleanno di Libero, la sua creatura. Lo attendono tutti all’ingresso, ma l’attesa – almeno e solo lì – è vana. Feltri, annunciato in apertura di evento, è entrato da una porta laterale e ha già preso posto. Ci siamo. Il direttore, Mario Sechi, lo annuncia: «Eccolo a voi, una leggenda!». Si apre il sipario, parte “Destra-sinistra”, di Gaber – di cui Feltri era amico - e il fondatore è lì, seduto su una poltrona bianca accanto a cui Sechi a sua volta prende posto. Inizia l’intervista.

Feltri tiene tutti in pugno, alterna aneddoti del suo miracolo, il “feltrismo” – ha raddoppiato le vendite in tutti i giornali che ha diretto – a riflessioni più intime, ad esempio su Oriana Fallaci. Feltri parte a razzo, e scherza: «Ho fondato Libero perché non avevo un ca**o da fare». Pronti via, prima risata in sala. Poi spiega la genesi del suo miracolo: «Ho pensato che era il momento di creare un giornale sbarazzino, spettinato, che incontrasse il gusto e l’umore degli italiani».