Massimo Giannini
La missione di una grande giornalista grazie alla quale “ho capito la grande bellezza della democrazia “più che mai in pericolo, e il nostro compito è difenderla”
di Massimo Giannini
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Dopo Miriam, tocca a Sandra. Coincidenze editoriali, ma anche esistenziali. Libri che ti fanno riavvolgere nastri e ricordi, rivivere emozioni e lezioni. La Mafai l’ha raccontata Annalisa Cuzzocrea, come ho scritto qui due settimana fa. Adesso è la volta della Bonsanti, un altro pezzo di storia italiana. Scelgo lei, Sandrina, tra le “donne che hanno cambiato il futuro” raccontate da due care colleghe come Simonetta Fiori e Maria Novella De Luca. Tra Le appassionate (Feltrinelli), ce ne sono di protagoniste che hanno tracciato un solco incancellabile: dalla partigiana Teresa Vergalli alla chirurga Gaya Spolverato. Ma Sandra Bonsanti è speciale: perché ho lavorato al suo fianco, ho imparato da lei l’etica del lavoro e l’amore per la verità. Ero un ragazzotto, nell’87, quando arrivai nella redazione di Piazza Indipendenza, e lei era già un mito. Che vite, questi pettirossi da combattimento. L’infanzia e l’adolescenza a Firenze, in una città insanguinata dai nazi-fascisti che occupavano Palazzo Strozzi e in una casa dove si incrociavano Montale e Gadda. Gli studi, un matrimonio sbagliato, il trasferimento negli Stati Uniti, le tre figlie portate via da un marito infame, i processi. Intanto, il giornalismo: sulle orme delle maestre del tempo: Camilla Cederna, Lietta Tornabuoni, Oriana Fallaci. L’esame da professionista con un tema sulle mafie, mentre i commissari le chiedono “per voi ragazze c’era la traccia sulla moda, perché non l’ha seguita?”, e poi Il Mondo, Il Giorno, La Stampa e finalmente la Repubblica, dove la chiama Eugenio Scalfari: “Che aspetti a venire da noi?”. Sandrina va, e non la ferma più nessuno. La rivedo in quella “messa cantata” del mattino piena di mostri sacri, dove spiega ai maschi-alfa le liste P2 e il “Piano di Rinascita Democratica” di Gelli, tra la risata tonante di Miriam Mafai, il contrappunto severo di Rosellina Balbi, l’ironia già sublime di Natalia Aspesi.









