LOS ANGELES. Donald Trump era a conoscenza degli attacchi israeliani. È stato direttamente Benjamin Netanyahu, premier israeliano, a comunicargli l’intenzione di colpire. Washington quindi non è stata colta di sorpresa, ma la prima reazione uscita dalla Casa Bianca e affidata dal segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale, Marco Rubio, è stata all’insegna del prendere le distanze. In una stringata nota il capo della diplomazia Usa sottolinea che l’operazione è stata condotta in modo «unilaterale» e che non c’è un coinvolgimento statunitense. «La nostra priorità è proteggere le forze americane nella regione».
Benjamin Netanyahu: "E' stato colpito il cuore del programma nucleare, andremo avanti per giorni"
La frase più interessante è però questa: “Israele ci ha avvertito di ritenere che questa azione fosse necessaria per la propria difesa”. Prima che i raid partissero, funzionari dell’Amministrazione hanno avvertito gli alleati in Medio Oriente per sottolineare sia l’estraneità statunitensi ai raid sia l’obiettivo: ovvero riportare Teheran al tavolo dei negoziati. Il sesto round è previsto per domenica in Oman e Trump – parlando con la Fox News ieri sera – ha fatto capire di ritenere ancora possibile un incontro. Questa mattina alle 11 si riunirà il Consiglio per la Sicurezza nella Situation Room. Sono molti gli indizi disseminati nelle scorse settimane che lasciavano presagire un attacco. Non è il segreto di Pulcinella che Netanyahu voleva agire e più volte ha manifestato agli americani la sua sfiducia nel processo negoziale. In settimana poi suoi inviati hanno mostrato ai leader statunitensi le «prove» dell’avanzamento sul piano nucleare da parte del regime degli ayatollah. Trump ha sempre posto come linea rossa la possibilità di Teheran di dotarsi di sufficiente uranio arricchito per produrre poi la bomba nucleare. Nel report dell’Aiea si parla di una quantità utile per fare almeno 10 ordigni.













