«La destra ha un problema: non ha una classe dirigente»: da anni capita di ascoltare assai spesso queste parole, perlopiù dette con un tono d’implicita rampogna. È tutto sommato vero. La destra manca di una classe dirigente (o perlomeno ne dispone in misura assai minore rispetto alla sinistra). Manca di una classe dirigente specialmente se s’intende con questa espressione da un lato l’insieme dell’alta dirigenza dello Stato, delle magistrature e della sfera pubblica e parapubblica, e dall’altro la capacità di presenza sulla scena mediatica, culturale e accademica del Paese, tra le voci più significative o ascoltate della società civile. C’è da chiedersi però se una tale situazione più che un deficit della destra, di certo esistente, non sia soprattutto la spia di qualcosa d ’altro. E cioè innanzi tutto del fatto che in realtà in Italia una vera classe dirigente non esiste. Infatti, in un Paese che ancora oggi stenta ad avere valori comuni e una larga memoria condivisa, nel quale non è affatto scontata l’idea che esistono «interessi nazionali», cioè riguardanti tutti (la stessa parola nazione fa arricciare il naso a tanti), in un Paese come il nostro dove l’appartenenza politico-ideologica è ancora così rilevante per definire l’identità individuale, e nel quale la politica ha ancora e sempre un potere così vasto nel disporre di risorse, di impieghi e di carriere, in un simile Paese la possibilità che vi sia una vera classe dirigente è davvero assai scarsa.
La nostra classe dirigente
Limiti, cause e «chiusure»: dove nasce la situazione italiana. Ma il nostro Paese ha bisogno di un gruppo dirigente, oltre che competente, ispirato ad una vera cultura dell’imparzialità







