Il cammino per la rielezione

2 € al mese

Fabio Savi ’il lungo’ della banda e, dietro, il fratello Roberto

di Nicoletta Tempera

Cosa c’era scritto sotto le ‘sbianchettature’ dei registri dell’armeria di via Volturno? Quali nomi erano stati così maldestramente coperti? E da chi? Sono alcuni dei punti oscuri, un mistero lungo trentaquattro anni, su cui i famigliari delle vittime della banda della Uno Bianca hanno chiesto agli inquirenti di fare luce, nell’ambito dell’inchiesta bis sulla banda dei fratelli Savi. Una macchia di bianco tirata su un nome. Che per i firmatari dell’esposto, presentato in Procura attraverso gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, potrebbe essere quello del secondo uomo che, quella mattina del 2 maggio del 1991, entrò assieme a Roberto Savi all’interno dell’armeria di via Volturno, freddando Pietro Capolungo e Licia Ansaloni. Per gli inquirenti di allora, quell’uomo era Fabio Savi. Per i famigliari delle vittime, per i primi testimoni che aiutarono gli investigatori a stilare i due identikit, non somiglia affatto al ‘Lungo’. E il mistero del bianchetto su alcuni nomi presenti nel registro, alimenterebbe questo sospetto: non è plausibile, infatti, che quelle cancellature fossero già presenti sui registri al momento del sequestro, visto che questi ultimi erano sottoposti mensilmente al vaglio della Questura. Per i famigliari delle vittime, qualcuno ha cancellato successivamente dei nomi ‘scomodi’, che comparivano al fianco di quelli dei fratelli Savi e dell’ex carabiniere Domenico Macauda, il cui nome torna ancora, legato alla strage dei carabinieri di Castelmaggiore, Cataldo Stasi e Umberto Erriu. Un complesso intreccio, su cui ora dovranno essere Ris e Ros a fare luce.