Ripartire dall’upcycling. Tradotto, far tornare a nuova vita strutture in disuso. È una delle scommesse dell’edilizia, che non riguarda solo il campo immobiliare residenziale, ma coinvolge anche il mondo dell’hospitality, chiamato a rinnovarsi nel periodo post Covid.

E chi ci ha scommesso, inizia a raccoglierne i frutti. O almeno così sembra dai risultati dell’ultimo anno di Aries, gruppo alberghiero nato nel 2020 che ha fatto del recupero edilizio il suo Dna: nel 2024 infatti i ricavi del gruppo sono saliti del 27% e l’Ebitda del 48%, con un trend di crescita che si conferma costante.

«L’upcycling, se vogliamo, è una sorta di risposta “indisutriale” alle richieste Esg - ha spiegato l’ad del gruppo, Stefano de Santis -. È un modello operativo che funziona. Non solo si riqualificano strutture abbandonate, ma con l’apertura degli alberghi si dà linfa anche al territorio circostante, si muovo le aziende vicine, aumentano i servizi per i cittadini, si contribuisce all’occupazione».

L’analisi

A concordare sulla rigenerazione portata dai progetti alberghieri sarebbe anche l’86% degli italiani, secondo lo studio commissionato da Aries a YouGov sullo stato dell’arte e le sfide per il futuro dell’upcycling nell’hotellerie. Piani di recupero di strutture alberghiere nelle periferie potrebbero infatti, secondo il campione, giovare ai quartieri più marginali; importante però, per il 48% degli intervistati, accompagnare questi interventi con servizi e infrastrutture adeguati. In sostanza però, miglioramento del decoro urbano, rivalutazione immobiliare della zona, crescita dell’occupazione e dell’indotto locale, sono gli impatti positivi attesi.