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Ultimo aggiornamento: 13:57

di Ilaria Muggianu Scano

C’è chi si è affrettato a ribattezzare il cold case della giovanissima Manuela Murgia “il Garlasco sub specie Sardiniae”, come una rivendicazione identitaria. Certo è che la sensazione, grazie alle nuove tecnologie forensi, alla rianalisi dei vecchi archivi è di una cogente necessità di re-indagine. Abbastanza inutile nascondere il grande revival dell’interesse attorno al crime, tanta la letteratura psicologica e sociologica attorno a un interesse che, talvolta, rasenta la morbosità e travalica il legittimo interesse alle dinamiche forensi.

Troppi coloro che ravvisano nei casi complessi di cronaca nera, nei delitti più efferati, la vocazione al cubo di Rubik, quella percezione distorta della coscienza che esigerebbe un lieto fine, quasi a ritrovare gli stilemi di una favola gialla della buonanotte: ogni tassello al suo posto. Salvo il fatto, però, che la realtà ha i suoi tempi e gli esercizi intellettuali sui casi di crimine poco hanno potuto sulla giustizia, specie negli ultimi trent’anni. Altrettanto vero è che l’enorme attenzione mediatica ispirata dal senso di impotenza e di percepita ingiustizia ha contribuito a non far calare il sipario sui casi apparentemente irrisolti, anche risalenti a numerosi decenni fa. Ed esattamente a trent’anni fa risale il caso della morte tragica della sedicenne Manuela Murgia, a Cagliari, nel canyon della necropoli di Tuvixeddu, nel cuore popolare della città ed area archeologica delle più rilevanti del sud Sardegna.