La lingua italiana ha due generi, il femminile e il maschile. Maestre, operaie, sguattere e serve ce ne sono da secoli, magistrate invece soltanto dal 1963, quando una legge specifica ha concesso anche alle donne di partecipare ai concorsi di magistratura

La biblioteca dell'Accademia della Crusca

La lingua italiana ha due generi, il femminile e il maschile. Come si sa siamo una lingua latina e in latino, ad esempio, si declinava tranquillamente al femminile la parola avvocato: nel Salve Regina infatti, rivolgendoci alla Madonna, diciamo “Avvocata nostra”. Avvocata è più esatto di avvocatessa, nato di recente ma accettato dalla nostra massima autorità nel campo, ovvero l’Accademia della Crusca che vigila sulle continue evoluzioni della nostra lingua la quale, essendo viva, include nuovi vocaboli o riscopre declinazioni trascurate a lungo perché, come ha scritto Francesca Forleo nei giorni scorsi (qui l’articolo), maestre, operaie, sguattere e serve ce ne sono da secoli, magistrate invece soltanto dal 1963, quando una legge specifica ha concesso anche alle donne di partecipare ai concorsi di magistratura.

Sulla parola sindaca c'è una regola e l'Accademia della Crusca l’ha già comunicata nel 2013 e prima ancora nel 2011 nella Guida agli atti amministrativi: è corretto usare le parole sindaca, plurale sindache (Treccani). E si possono usare (a rigor di grammatica, ma la Crusca è un organismo che dà solo indicazioni) anche architetta, ambasciatrice, prefetta, ingegnera (non vi suona? Pensate a infermiera). Quanto alla parola ministra, la usa già Boccaccio per Fiammetta. Poi ci sono parole che non variano: ad esempio giudice, preside, dirigente. Il femminile di giudice è la giudice. Come la preside o la presidente, il termine rimane invariato e cambia solo l'articolo.