Gore Vidal (1925-2012), romanziere e saggista e “biografo dell’America”, passò in Italia metà della sua vita: prese casa a Roma all’inizio degli Anni 60 e nel 1972 comprò La Rondinaia a Ravello. Passava sei mesi all’anno nel nostro Paese e gli altri sei a Los Angeles nella sua villa di Beverly Hills («per questo, in un certo senso, non vivo mai negli Stati Uniti», amava commentare inarcando il celebre sopracciglio). Al suo arrivo a Roma — studiava, all’American Academy che a lui rimase molto cara, documentandosi per la stesura del suo Giuliano, ora edito in Italia da Fazi — si stupì di una cosa: i romani che in quegli anni parlavano perfettamente inglese appartenevano quasi sempre alla nobiltà, spesso cresciuti con istitutori inglesi, e ai loro occhi conservatori l’America era fortemente invisa sotto il profilo culturale, identificata come portatrice di cultura banale e primitiva. I filoamericani, invece, notò Vidal, erano generalmente di sinistra, avevano letto in traduzione tutti i grandi da Hemingway in poi, amavano il jazz, vedevano politicamente Washington come il fumo negli occhi, erano di frequente comunisti. Raramente parlavano inglese in modo comprensibile. Visti dall’America, invece, gli europei tendevano a entrare in due categorie: poco amati dall’America profonda, ammirati dalla parte di Paese più progressista, e più adusa ai viaggi (Miriam Leonardi, 1939-2018, compianta proprietaria della Trattoria la Buca di Zibello, immortalata nel libro di Bill Buford Heat e in un lunghissimo servizio sul New Yorker, riassumeva mirabilmente la dicotomia così: «Mi dicono che gli americani sono grassi, ma quelli che viaggiano e vengono qui sono tutti magri»).