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Ultimo aggiornamento: 8:02

Sarebbe molto superficiale limitarsi ad affermare che il fallimento di questi referendum abrogativi segna una crisi della democrazia italiana, magari incolpando i cittadini di essersi disinteressati rispetto a questioni che pure riguardano in maniera radicale la qualità della loro vita sociale (a cominciare dalle questioni dei diritti sul lavoro). Sarebbe superficiale innanzitutto perché più che di disinteresse dei cittadini bisognerebbe parlare di disaffezione e sfiducia nei confronti di una classe dirigente che, almeno negli ultimi quattro decenni, ha abbandonato le classi sociali più deboli e contribuito a smantellarne tutele e diritti.

Mi riferisco, purtroppo, alla classe dirigente sedicente di sinistra.

Perché sappiamo bene che la Destra – bene che vada – predilige gli interessi dei mercati nonché il valore della libertà individuale (anche egoistica) rispetto alla tutela della giustizia sociale e dell’uguaglianza dei diritti. Male che vada – come nel caso di un governo anzitutto di incompetenti e reazionari nostalgici quale è l’attuale, capitanato dalla Presidente Meloni – oltre alla cura degli interessi dei più ricchi, tale fazione politica opera anche per la discriminazione sociale delle categorie umane più fragili (immigrati, donne, persone sessualmente non binarie, individui appartenenti a civiltà o etnie non bianche e cristiane).