Altro che rinnovabili. Per la transizione energetica, quella vera e non quella delle favole ambientaliste, il gas resta cruciale. È questo il messaggio che arriva dalla Germania, che dopo le follie ecologiste del governo social-sinistro guidato da Olaf Scholz ha appena deciso di cambiare rotta e di raddoppiare la costruzione di nuove centrali a gas, portando la capacità prevista da 10 a 20 gigawatt entro il 2030. La misura, inserita nel contratto di coalizione tra Cdu/Csu e Spd, è stata ribadita dalla ministra dell'Economia Khristina Reiche e mira a garantire stabilità energetica durante la transizione dalle fonti fossili a quelle pulite. Che non sono solo l’eolico e il fotovoltaico, inaffidabili e meteoropatiche. Il gas naturale, attualmente utilizzato per il riscaldamento di metà delle abitazioni in Germania, rimarrà una risorsa chiave nel medio periodo, con l'obiettivo di riconvertire progressivamente gli impianti all'idrogeno verde. Per assicurare l'approvvigionamento, Berlino punta a contratti di fornitura a lungo termine con partner internazionali.

La mossa è stata ovviamente criticata dai verdi e dalla sinistra della Linke, che temono un rallentamento della rivoluzione green. In realtà si tratta solo del tentativo di non restare al buio o di pagare l’energia un occhio della testa, come è accaduto lo scorso inverno ai tedeschi a causa del calo delle produzione di fonti rinnovabili dovuto a fenomeni atmosferici. E non si tratta di una bizzarria teutonica, ma di una tendenza in atto in tutta Europa, che dopo l’ubriacatura del green deal ha finalmente iniziato a fare i conti con la realtà. Nel periodo gennaio-aprile, infatti, i dati dei principali mercati elettrici europei hanno registrato un incremento della generazione termoelettrica di 18 TWh (+14%) sull'anno precedente, termoelettrico che assieme a nucleare e altre fonti fossili copre proprio i minori apporti delle rinnovabili.