Si erano fatte avanti due compagnie siderurgiche statunitensi, Cleveland Cliffs e Nucor, proponendo un’offerta pubblica d’acquisto di 30 dollari ad azione, molto meno dei 55 proposti da Nippon

Donald Trump

Per una promessa mantenuta, ce n’è un’altra infranta o per meglio dire ricalibrata. Il presidente americano aveva promesso in campagna elettorale di fare di tutto per rafforzare il settore siderurgico americano. Con i dazi, ovviamente - innalzati al 50% a partire dallo scorso 4 giugno su tutti i partner commerciali degli Stati Uniti - ma anche evitando che la U.S. Steel, storico player dell’acciaio fondato dal banchiere e magnate J.P. Morgan nel 1901, finisca in mani straniere. Nel secondo caso, non andrà proprio così.

Analizziamo con ordine i due provvedimenti: nel primo caso c’è un insolita solidità giuridica per la legge a cui la Casa Bianca ha scelto di appoggiarsi per varare questo rialzo tariffario che risparmia solo il Regno Unito, per il quale il balzello rimane del 25%. Stavolta non è la legislazione emergenziale varata da Jimmy Carter nel 1977, ora oggetto di una disputa legale nei tribunali federali, bensì la legge sull’espansione commerciale del 1962, già utilizzata nel 2018 in occasione del primo giro di vite da parte americana nei confronti dell’acciaio europeo, che afferma che «quando un bene viene importato negli Stati Uniti in quantità eccessive, può essere limitato per ragioni di sicurezza nazionale». Una legge più che altro utile per ragioni di semplice politica interna: la crescita economica calerà soltanto dello 0,15% e i prezzi aumenteranno solo dello 0,1%. I dazi imposti sette anni fa avevano già fortemente limitato l’afflusso di acciaio e alluminio prodotto all’estero.