Anticipiamo un estratto dell’articolo che apre lo Speciale Orologi in edicola domani in allegato al Sole 24 Ore, con 40 pagine di analisi, approfondimenti e notizie dalle aziende protagoniste dell’industria del tempo.

Per provare a definire o addirittura a capire cosa sia il tempo, servirebbe una laurea in fisica. Meglio se abbinata a una in filosofia e, non guasterebbe, a una in teologia. Perché dare un senso al tempo delle nostre giornate e delle nostre esistenze è da sempre croce e delizia di noi esseri umani. La maggior parte delle persone – specie in tempi di incertezza sociale, economica e persino culturale in costante crescita – prova comunque a vivere, cosa ben diversa dal sopravvivere. Perché il tempo è sempre troppo poco e l’unica cosa che possiamo fare con certezza è misurarlo.

Forse è anche per questo che gli orologi da polso hanno superato brillantemente la rivoluzione digitale, anche se in molti, all’inizio degli anni 2000, avevano previsto il declino degli orologi più tradizionali a favore di cellulari, smartwatch o altri device. Cassandre incaute per diversi motivi: il primo è che l’orologio resta l’accessorio principe per definire lo stile di un uomo e per i più rigidi arbiter elegantiarum – appellativo di Petronio, vissuto nel primo secolo dopo Cristo – sono l’unico gioiello permesso a un uomo di buon gusto. Rigidità stilistiche a parte, la resilienza degli orologi da polso, soprattutto meccanici, è testimoniata da un fatto forse più curioso: i manager e gli imprenditori della Silicon Valley che hanno trasformato le nostre esistenze in un’osmosi di reale e virtuale sono per la maggior parte collezionisti di orologi (e cultori degli abiti sartoriali, fatto solo apparentemente sconnesso dagli orologi da polso artigianali).