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Quando lo scorso mese Donald Trump ha visitato il Medio Oriente, ad accompagnarlo c’erano molti imprenditori del settore tecnologico, tra cui Sam Altman e Jensen Huang, capi di OpenAI e Nvidia. Non c’era invece Tim Cook, CEO di Apple, il quale, secondo il New York Times, era stato invitato ma ha rifiutato di partecipare.
La scelta di Cook ha irritato Trump, che l’ha rimarcata nel corso di un suo discorso pubblico a Riyadh, in Arabia Saudita: «Tim Cook non è qui ma tu ci sei», ha detto riferendosi a Huang. Più tardi, in Qatar, Trump ha detto di «avere un piccolo problema con Tim Cook», in particolare riguardo ai piani di Apple di trasferire parte della sua produzione dalla Cina all’India, e non negli Stati Uniti. Pochi giorni dopo quel viaggio, Trump ha minacciato di imporre dazi del 25 per cento su tutti i prodotti Apple che non sono fatti negli Stati Uniti.
Anche se Trump è solito fare dichiarazioni forti e minacce dirette a singole aziende, storicamente Apple è stata l’eccezione. Nel corso della prima amministrazione Trump, Cook si distinse per la sua capacità di dialogo con il presidente, ottenendo un trattamento di favore per Apple. Per riuscirci, secondo il Wall Street Journal, Cook puntò su una relazione personale con Trump: «Invece di mandare direttori delle relazioni aziendali o lobbisti, Cook si rivolgeva direttamente a Trump tramite telefonate e cene». La sua strategia prevedeva anche il concentrarsi su un singolo argomento o un singolo dato, evitando che questi incontri «divagassero in troppe direzioni».






