L’ uomo deriva dalla scimmia. Sta scritto nei libri e s’insegna nelle scuole di ogni ordine e grado. La scienza vera ha invece tantissimi dubbi e li pubblica sul periodico di settore più autorevole di tutti, Nature.
L’obiettivo è fisso sul Dna, la molecola contenente le informazioni genetiche che determinano le caratteristiche e lo sviluppo di tutti gli organismi viventi. È la stella incontrastata dal 1953, quando fu scoperto nel Cavendish Laboratory di Cambridge, e poi annunciato al mondo nell’Eagle Pub poco distante, da James Watson e Francis Crick (che nel 1962 l’Accademia di Svezia insignì del Nobel scordandosi però di Rosalind Franklin, che pure ebbe un ruolo determinante nella scoperta).
Chi decritta il Dna dei viventi, infatti, possiede il «codice della vita» e sa spiegare come la scimmia si sia evoluta in uomo o, meglio, sa dire quale sia l’antenato comune tanto alle scimmie quanto all’uomo, quando i due rami evolutivi si siano separati e persino che la scimmia sia una delle forme biologiche del genere uomo. Come il biologo molecolare statunitense Morris Goodman (1925-2010), che nel 2003 iniziò ad affermare che proprio per questo bisognerebbe cambiare il nome dello scimpanzé dall’attuale Pan troglodytes a un ipotetico Homo troglodytes. La prova inconfutabile sarebbe proprio il Dna, che scimpanzé e uomini avrebbero in comune al 98% e più.







