L’intelligenza artificiale è entrata nel mondo delle traduzioni linguistiche e ha cambiato anche il lavoro dei linguisti, mediatori e interpreti che da operatori diventano garanti della comunicazione interlinguistica e interculturale. In questo panorama gli aspetti positivi vanno a braccetto con qualche elemento di criticità che «deve essere comunque governato».

«L’avvento dell’intelligenza artificiale è andato incontro alle Pmi che, seppure con investimenti economici ridotti sono riuscite ad aprire la porta anche ai mercati e clienti stranieri - dice Ottavio Ricci, vice presidente dell’associazione nazionale Unilingue, l’associazione nazionale di centri di traduzione -. Con i sistemi di traduzione automatica le imprese riescono, ad esempio, a promuovere i propri siti e la comunicazione con i social in più lingue in maniera diretta e veloce non limitandosi all’inglese come lingua veicolare».

Il rischio

Se da una parte c’è un abbattimento delle distanze e una facilitazione nella comunicazione, dall’altra non mancano le complessità. Perché, affidandosi solamente ai sistemi automatici, viene a mancare l’aspetto umano e quella mediazione linguistica che i professionisti «interpreti, mediatori, linguisti» possono garantire. Ottavio Ricci, che è anche titolare del centro di traduzione Tyche di Pescara e direttore del Cla di Ecampus e della scuola per mediatori linguistici Columbus Academy di Roma, evidenzia un altro aspetto, tutt’altro che irrilevante. «L’intelligenza artificiale così spinta non tiene conto dell’aspetto della tutela dei dati. Tutti quanti noi utilizzando i sistemi di traduzione automatica esponiamo i nostri dati a un accesso esterno da parte di terzi, e questo spesso lo dimentichiamo, - aggiunge - . La traduzione automatica non risulta in qualche modo garantita, cosa che fanno, invece, i professionisti delle lingue, gli esperti linguisti. Spesso utilizzano la traduzione come un prodotto secondario dato che i testi tradotti hanno anche una vita ciclica molto breve nella comunicazione aziendale».