Maura Delpero è, da qualche settimana, la prima donna ad aver vinto il David di Donatello come migliore regista. In questa stessa edizione lo ha vinto anche per la sceneggiatura. Ma in lei le due cose procedono insieme. Da Nadea e Sveta, passando poi per Maternal, la sua resta una scrittura fatta di dettagli. Particolari che registrano l’universo delle persone e ne svelano l’interiorità in un tono volutamente anti-spettacolare, brillante ma sussurrato. In Vermiglio (già Leone d’argento a Venezia) Delpero racconta la fine della Seconda guerra mondiale senza mostrarci mai la guerra, ma ridando dignità a chi rimane a casa e non entra nei libri di storia. Racconta di un paese di montagna, di un disertore nascosto, di una famiglia con un padre che è anche il maestro di paese, una madre e molti figli. Quei bambini che condividono i letti e come un coro notturno commentano la vita degli adulti con ironia e leggerezza. Racconta di amori e di scelte personali e del passaggio lento e silenzioso dal tempo della guerra a quello della pace. Da un mondo antico a uno moderno.
Maura Delpero: «Se le madri non sono felici, l’intera società lo sarà di meno»
Prima donna ad aver vinto il David di Donatello come migliore regista, in "Vermiglio" racconta il passaggio dall’antico al moderno, dal mondo rurale a quello urbano. «Nella famiglia del mio babbo ho respirato molto la dimensione del clan: quando ho iniziato a immaginare il film ho sentito che erano gli ultimi momenti per fermare quel tipo di dimensione comunitaria»







