VITTORIO VENETO - «Quattro suore che si erano allontanate dal monastero di clausura dei santi Gervasio e Protasio di San Giacomo di Veglia torneranno in monastero in tempi brevi». Ad annunciarlo ieri mattina, mercoledì, il nuovo vescovo della diocesi di Vittorio Veneto, monsignor Riccardo Battocchio, che nei primi dieci giorni del suo episcopato ha voluto approfondire la vicenda che, prima del suo arrivo nella diocesi di San Tiziano, aveva seguito tramite la stampa. E proprio ieri, incontrando i giornalisti e sapendo che l’attenzione dei media è ancora rivolta ai fatti occorsi dopo la fuoriuscita dal monastero di alcune monache ora ospitate in una villa a San Vendemiano, sempre nel trevigiano, monsignor Battocchio non si è sottratto alle domande, pur precisando «che non è compito del vescovo e della diocesi» affrontare la questione. «Il vescovo – ha poi aggiunto – ha solo competenza pastorale».
Monsignor Battocchio ha confermato l’orientamento già espresso, quando la cattedra di San Tiziano era vacante, dall’amministratore diocesano monsignor Martino Zagonel ad inizio maggio, con un comunicato emesso dalla diocesi. «Ho piena fiducia – ha detto il vescovo – nell’operatore del Dicastero (per la vita consacrata ndr), che è espressione della curia romana, quindi del Santo Padre», unici soggetti chiamati ad esprimersi su quanto accaduto dentro e fuori quel convento di clausura. Monsignor Battocchio ha affrontato a tutto tondo la vicenda, smentendo le voci circa la volontà da parte dell’ordine cistercense e dell’abate generale cistercense, Mauro Giuseppe Lepori, di voler vendere l’edificio sede del monastero dal 1909 e, quindi, di chiudere la casa. «L’ordine cistercense e il dicastero non hanno mai voluto chiudere il monastero, non c’è questa intenzione – ha precisato il vescovo -. Nel monastero oggi vivono 12 monache, più una che ora si trova in una casa di riposo per problemi di salute. E quattro sorelle che si erano allontanate torneranno in monastero in tempi brevi». Il monastero manterrà le sue porte aperte. «C’è la volontà di continuare ad accogliere le persone, così come proseguire le attività sociali qui presenti, penso ad esempio all’orto – ha aggiunto il vescovo -. Non è vero che l’ordine ritiene che queste iniziative siano inadatte alla vita monastica. Mi dicono che le sorelle che ci sono ora in monastero vivono con relativa serenità, secondo la regola benedettina dell’ora et labora, continuando ad essere così un luogo di preghiera e di lavoro».






