A quasi quindici giorni dall'uscita di dodici religiose dal monastero dei Santi Giacomo e Protasio a San Giacomo di Veglia (Treviso), le monache «in fuga» stanno per entrare nella villa messa loro a disposizione da un imprenditore a San Vendemiano, poco lontano. L’appello che aveva lanciato la badessa destituita, madre Aline Pereira, nei giorni scorsi - «aiutateci ad arredare la villa» - è andato a buon fine e diversi imprenditori e cittadini hanno donato arredi e suppellettili. Nel frattempo, le religiose «transfughe» non vogliono più parlare dei motivi che le hanno spinte a lasciare il convento. Con qualche eccezione: due di loro hanno raccontato gli sviluppi dell'accaduto in forma anonima al quotidiano Il Gazzettino. «I membri della commissione hanno cambiato i nomi degli intestatari dei conti del convento. Di fatto si sono intestati i conti bancario e postale, una cifra di oltre 200.000 euro, assieme a tutti i contanti che suor Aline aveva nella sua cella» hanno dichiarato le religiose, spiegando di aver subito un «periodo di forte vessazione psicologica con otto visite al convento da parte di una commissione che non ha fatto altro che intimidirci e toglierci quella serenità fondamentale in un luogo di preghiera come il monastero».
L'intrigo internazionale e 200 mila euro nei conti correnti, che cosa sta succedendo nel monastero veneto delle 12 suore in fuga
Vittorio Veneto, è andato a buon fine l'appello per arredare la casa vuota messa a disposizione da un benefattore. Ma quello che è successo in provincia di Treviso ricorda altri casi in Europa. Il ruolo dell'abate generale






