Il grafico che tiene con il fiato sospeso gli investitori globali non è quello di Wall Street o del Nasdaq, e neppure quello dei prezzi dell’oro o del petrolio. È il rendimento dei Treasury decennali americani. È lì che si incrociano le linee della fiducia, della liquidità e, soprattutto, della sostenibilità del sistema finanziario globale. Nelle ultime settimane, a fargli compagnia sul podio delle preoccupazioni si sono aggiunti i titoli di Stato giapponesi a 30 e 40 anni, che hanno toccato massimi storici in termini di rendimento. Un segnale che qualcosa si muove, in profondità, nelle fondamenta del credito sovrano.
Il rendimento del T-bond a 10 anni è da mesi tornato a flirtare con livelli che storicamente hanno anticipato o accompagnato eventi traumatici sui mercati. Nel 2000 e nel 2008, le principali crisi finanziarie si sono propagate in un contesto di tassi decennali superiori al 5%. E anche oggi, la soglia si sta avvicinando pericolosamente: il 23 maggio, il rendimento è balzato al 4,64%, salvo poi ridimensionarsi nelle sedute successive al 4,4%. Ma la volatilità resta elevata.
Il punto è che l’architrave dell’intera costruzione finanziaria internazionale si regge proprio lì, sull’obbligazionario americano. Ma ora questa architrave è messa sotto pressione da una serie di fattori che si rafforzano a vicenda: da una parte, l’esplosione del deficit federale, ormai stabilmente sopra i 2.000 miliardi di dollari annui; dall’altra, la spirale degli interessi, che negli ultimi mesi ha superato – come voce di spesa – la difesa, l’istruzione, il trasporto e la sanità, risultando seconda solo alla Social Security. Gli Stati Uniti sono entrati nell’era del servizio del debito come problema macroeconomico sistemico. E i mercati lo sanno.







