L'attrice premio Oscar è protagonista della serie di Netflix «Sirens»: una critica femminista contro il capitalismo feroce

«Io sono figlia di un militare e l’idea che il mio libro fosse sottoposto a censura e tolto dagli scaffali delle scuole del Dipartimento della Difesa, frequentate dai figli dei militari, è qualcosa che mi ha ferito». Julianne Moore racconta la sua recente esperienza con la sua serie di libri per bambini Freckface Strawberry, scritti e pubblicati tempo fa e che nei mesi scorsi sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dell’amministrazione Trump perché associati all’ideologia gender. «Credo sia stato l’algoritmo, la parola differente compare spesso nei volumi che parlano di una ragazzina che odia le sue lentiggini che la fanno sentire diversa. Sono però contenta che se ne parli di nuovo perché quello della diversità è un tema importante e la pubblicità, buona o cattiva è sempre pubblicità». L’occasione per raccontare le disavventure della sua collana di racconti per bambine (otto volumi usciti nei primi anni 2000) arriva con Sirens, ora su Netflix, miniserie in cinque puntate in cui le differenze ci sono, ma sono quelle della scala sociale.Qual è il suo ruolo in «Sirens»?«Sono Michaela Kell, una donna molto ricca che tende a sfruttare gli altri a cominciare dalla sua assistente. E’ tratta da una pièce teatrale del 2011 di Molly Smith Metzler che è anche autrice della miniserie. Racconta del rapporto quasi morboso fra datrice di lavoro e assistente, nell’isola privata del New England che è la residenza di Michaela e del marito Peter Kell, ricco magnate dell’edilizia, interpretato da Kevin Bacon». Una donna di potere?«Michaela è una donna molto sola e molto isolata, abituata a ottenere tutto quello che le passa per la testa eppure il suo è un potere di facciata. Vive questa vita grandiosa e alienata ma anche lei è disarmata e sottoposta ad un giogo ancora più potente».Il titolo, «Sirens», richiama la mitologia greca, le sirene che prima ti incantano e poi ti uccidono. Michaela non è la sirena di questa storia?«Non lo è. Poi è vero che per molti uomini, ancora oggi, le donne tutte sono sirene. Sono la colpa di tutto. Questa è una serie molto femminista, divertente e un po’ dark».Se non Michaela, chi sono le sirene del titolo?«Chi ha il vero potere. Peter Kell, il marito di Michaela, è lui il miliardario che controlla tutto. La sirena in questo caso è un uomo e lei è quella che subisce l’incantesimo, che viene emarginata dalla sua stessa ricchezza. O forse la vera sirena è il capitalismo, che incanta e manipola».Chi ha troppo denaro spesso fa cose quasi comiche, come il sontuoso funerale ad un rapace e lo scambio i una gomma masticata con l’assistente.«Quel funerale, con così tanti partecipanti, è la misura della corte dei potenti. Quanto alla scena della gomma è più disgustosa che comica e Molly si è dovuta davvero mettere in bocca la mia gomma, poverina».Nella sua carriera c’è stata qualche richiesta bizzarra da parte di un datore di lavoro?«Più che strana è stata spiccia. Una volta Ridley Scott mi ha imposto di chiudere la bocca. Stavamo girando Hannibal e nelle scene d’azione, quando correvo, avevo troppo spesso la bocca aperta. Mi riguardai, aveva ragione». Ha coinvolto lei Kevin Bacon in «Sirens»?«Sì, e che abbia accettato è stato provvidenziale. Non avevamo troppo tempo per provare e non sarebbe stato facile costruire una relazione matrimoniale con un attore con cui non avevo mai lavorato. L’ideale era recitare con qualcuno con cui quella relazione era già stata provata. Kevin ed io avevamo girato Crazy Stupid Love nel 2011: quando ci ha detto sì, sapevo che sarebbe andato tutto liscio».Lei ha anche due film quasi pronti.«Echo Valley è un thriller che parla di quanto un genitore è disposto a fare per aiutare un figlio, il secondo è un musical scritto e diretto da Jesse Eisenberg che ha scritto anche i testi e la musica».Canterà?«Certamente, e lo farà anche Paul Giamatti».