di
Annarita Zappulla
Una notte tra i senzatetto al Pronto soccorso dell'ospedale milanese. C'è chi finge un malore per paura di essere mandato via, chi cerca da mangiare alle macchinette, chi accetta di raccontare la sua storia di dolore e solitudine
«Avrei voglia di un panino». Non lo trova, addenta una ciambella piena di zucchero. Racconta di essere stato investito. Tira fuori dei fogli da una borsa di plastica verde, quasi a voler dimostrare che ciò che dice è vero. Carlo, settant’anni, di Bari, vive a Milano fin da quando era bambino, un matrimonio finito alle spalle, una figlia a Dubai di cui non sa nulla, un’altra a Milano che dice di sentire. È un uomo minuto, cammina a piccoli passi, sembra affaticato e sta uscendo dall’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Sono tanti i clochard che trascorrono le sere e le notti seduti o sdraiati sui sedili della sala d’attesa del pronto soccorso. Hanno problemi sanitari intrecciati a problemi sociali, ma così, tutti insieme, concentrati nello stesso ospedale, i clochard rappresentano anche un punto di crisi per la gestione del reparto: per i medici, per gli infermieri, per tutti i pazienti.
«Mi fa male, non ce la faccio più», tuona. È alto, magro, con la barba, trasandato, disperato. Non ha voglia di parlare, se non per inveire contro gli operatori sanitari. Ancor meno di raccontarsi, di raccontare la sua storia. Un operatore della sicurezza del dell’ospedale spiega che l’uomo in questione si chiama Flavio, ha sessant’anni ed è lì sempre, tutte le sere, ogni volta con un pretesto diverso. Non ha famiglia e, quando cala la sera e si fa buio, nessuno da cui andare. A volte finge malori, a volte si procura lesioni sfregando braccia, mani o volto contro il muro prima di entrare. Pretende attenzione e rispetto. In assenza di una casa e di una rete familiare, l’ospedale rimane, per molti, il solo riparo possibile.






