Dopo i timori di limitazioni sul mercato statunitense, che hanno portato alla spaccatura nel cda, anche Confindustria accende i riflettori sulla situazione che ormai da mesi coinvolge Pirelli e il socio cinese Sinochem, la cui presenza nel capitale con il 37% metterebbe a rischio i piani di sviluppo aziendali. «Pirelli è oggi in stallo. Serve una risposta forte del Paese. Auspichiamo che il governo difenda Pirelli, un’eccellenza del nostro Made in Italy» sottolinea il presidente degli industriali, Emanuele Orsini. Il nodo della vicenda è il Cyber Tyre, un sistema che consente la raccolta di dati attraverso i pneumatici e la loro trasmissione al sistema di controllo delle vetture: le nuove norme Usa sui veicoli connessi vietano la vendita e la commercializzazione dei veicoli dotati di tecnologie realizzate da aziende con legami con Cina o Russia. E il Bureau of Industry and Security, del Dipartimento del Commercio Usa, ha già avvertito la società del rischio di restrizioni in caso di mancata discesa della partecipazione cinese. «Senza una riduzione stabile della quota di Sinochem sotto il 25% - evidenzia Orsini - Pirelli non potrà crescere negli Usa, con gravi ricadute in Italia». Evidenza sottolineata dall’ad di Pirelli, Andrea Casaluci, che la tecnologia di Pirelli ha il suo cuore in Italia, con la Ricerca e Sviluppo di Milano, il Digital Solutions Center di Bari, il polo tecnologico di Settimo Torinese e la fabbrica di Bollate per i pneumatici bici. In assenza di una soluzione in tempi rapidi rischia di naufragare anche il progetto per un nuovo centro di innovazione nella mobilità sostenibile. All’appello di Orsini, che si aggiunge a quelli del presidente del Senato, Ignazio La Russa, dell'ex premier Giuseppe Conte, del Pd Antonio Misani e del leader di Azione, Carlo Calenda, ha risposto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: «Il governo è attivo e vigile». Inoltre è all’esame degli uffici Golden power (da ottobre 2024) la possibile violazione da parte di alcuni consiglieri Pirelli espressione di Sinochem, nonché suoi manager esecutivi, della prescrizione con cui il Dpcm mirava a garantire l’assenza di collegamenti organizzativi-funzionali tra il gruppo della Bicocca e l’azionista cinese. Un procedimento che si sarebbe dovuto chiudere a febbraio.